Innovazione sociale ed economica, più investimenti e un nuovo ruolo dello Stato

A livello mondiale si stanno consolidando – ad una velocità senza precedenti – profonde modifiche delle strategie aziendali, delle catene del valore e della geografia socio-economica, intesa come l’insieme delle relazioni che governano l’organizzazione economica e istituzionale dei territori. Infatti, sono questi ultimi (e non le singole imprese) a doversi confrontare sul terreno del dinamismo, dell’innovazione e delle capacità progettuali, da esprimere come “sistema”, coinvolgendo tutti gli attori in gioco.

La pandemia Covid-19 e le direttrici individuate dal Piano Next Generation EU (transizione energetica, digitale e inclusione sociale), non fanno altro che puntare ancora di più i riflettori sul ruolo dei territori (e di chi lo governa) in un percorso di trasformazione radicale della società. In questo quadro emerge con forza la possibilità di cambiare il passo della programmazione socio-economica delle Regioni meridionali: in molti, infatti, ritengono che l’occasione sia storica per chiudere il gap di crescita tra Nord e Sud. È come se, richiamando il titolo del libro di un mio giovane amico lucano, Sergio Ragone, la geografia non fosse più destino.

Ma è realmente così? Le potenzialità dell’Italia meridionale ad oggi restano sotto-dimensionate, per via della debolezza strutturale nelle cosiddette “tre T”, sviluppate per la prima volta da Richard Florida nel 2002 e spesso utilizzate come parametri guida nei progetti di competitività per il Mezzogiorno di The European House – Ambrosetti:

Tecnologia: intesa come l’insieme di nuove invenzioni, settori e processi produttivi, utili a garantire la presenza di una base tecnologica forte e innovativa sul territorio, rendendolo attrattivo per gli investimenti e la creazione di competenze;

Talento: inteso come la disponibilità di uno stock ampio, solido e diversificato di capitale umano, in grado di generare nuove energie di sistema, soprattutto di tipo sociale.

Tolleranza: intesa non come “sopportazione”, ma come genuina apertura alla diversità, vero fertilizzante dello sviluppo economico. I luoghi aperti alla diversità sono aperti anche alle nuove idee e costituiscono un polo di attrazione per creativi e ricercatori da tutto il mondo.

In assenza di azioni forti, la debolezza cronica nelle 3T e la progressiva perdita di risorse umane e imprenditoriali che interessa il Sud e le Isole, sarà sicuramente un elemento di svantaggio nel post COVID-19. Tra i punti di debolezza del Mezzogiorno ricordo:

Una perdurante difficoltà nella capacità di generazione di crescita economica: su 270 territori dell’UE-27, tutte le Regioni meridionali si collocano agli ultimi posti per ricchezza pro-capite (chiude la classifica la Calabria, con un reddito medio annuo di €17.300).

Un inarrestabile processo di de-industrializzazione, soprattutto nel manifatturiero, il comparto che presenta le maggiori spinte all’innovazione: la perdita più rilevante di valore aggiunto si è verificata tra il 2008 e il 2009 (-20%, da 38,9 a 31,3 miliardi di Euro) e, da quel momento in poi, il Mezzogiorno non è più riuscito a tornare ai livelli pre-crisi, con effetti destinati ad amplificarsi con il Covid-19.

Una bilancia commerciale in deficit strutturale: nel 2019 (ancor prima del Covid-19) la differenza tra esportazioni e importazioni nel Mezzogiorno è stata pari a -4,9 miliardi di euro, frutto anche di un tessuto di PMI che fatica a partecipare alle catene internazionali del valore, per difficoltà di accesso ai finanziamenti ma anche per mancanza di professionalità adeguate alla sfida.

Fatta eccezione per alcune Regioni, come la Campania, che nell’innovazione cominciano a competere a livello di sistema-Paese, solo un quinto dei soggetti promotori dell’innovazione si concentrano al Sud, con un settore del Venture Capital e del Corporate Venture Capital che fatica ad avere un deal flow sufficientemente alto da garantire massa critica di investimenti, indispensabili per consentire alle microimprese di successo di crescere. Negli investimenti in ricerca, in media, le Regioni del Mezzogiorno ottengono punteggi inferiori di circa il 43% rispetto alla media UE. Non è un caso se, anticipando una linea di intervento prioritaria del PNRR, la Legge di Bilancio 2021 stanzia 50 milioni di euro annui (nel 2021-2023) per la costituzione di Ecosistemi dell’innovazione nelle Regioni del Sud.

Il Welfare Italia Index di Unipol Gruppo con The European House – Ambrosetti fotografa lo stato di salute del sistema di welfare regionale prendendo in considerazione 22 indicatori, sia di spesa (come gli esborsi per servizi e contributi sociali, o nel campo sanitario-previdenziale), sia strutturali (ad esempio il tasso di disoccupazione e quello di dispersione scolastica). Nella classifica 2020 le ultime otto regioni appartengono all’Italia Meridionale e insulare. La migliore di queste, la Sardegna (al 14° posto) è comunque distante di circa 20 punti dalla prima. Fin quando il Paese non comprenderà che le politiche di welfare (scuola compresa, secondo chi scrive) sono una determinante della crescita economica e non una conseguenza, questa forbice sarà destinata ad ampliarsi.

Nel complesso, in tutte le Regioni meridionali, si registra un progressivo indebolimento del capitale sociale (già richiamato nell’ormai lontano 2007 da Mario Draghi in un Rapporto della Banca Mondiale), elemento che inficia la possibilità di accedere alle migliori competenze disponibili e mina il rapporto di reciproca fiducia tra Istituzioni, imprese e cittadini.

Per contro, in tutte le Regioni del Sud si registra:

Una buona vitalità di una parte del tessuto economico (aziende Leader e Star): in un quadro di ridefinizione della struttura produttiva del Mezzogiorno – che evidenzia un processo di de-industrializzazione complessiva molto grave – si riscontra un miglioramento della qualità delle imprese ancora attive, disponibili ad investire in formazione e a collaborare con altre imprese della filiera (soprattutto a quelle che appartengono a grandi poli industriali) e con centri di ricerca e Università.

Ottime esperienze di partnership pubblico-privata per finanziare la creazione di infrastrutture materiali e immateriali per lo svolgimento di attività di formazione e ricerca (le Academy di San Giovanni a Teduccio, l’accordo tra Dompè e Materias, i Leonardo Labs, gli investimenti di NTT Data in Calabria, la Murgia Valley in Puglia, ecc.).

Rivedere le politiche di sviluppo, ridisegnando i confini della crescita, esattamente come il Covid-19 ha scardinato la narrazione storica di contrapposizione del Paese tra Nord e Sud, deve essere un obiettivo da perseguire con volontà e metodo. Il metodo, in questo caso, riguarda molto le idee, ma anche la capacità delle Istituzioni di allocare con efficacia le risorse della Legge di Bilancio 2021 (che danno un importante spazio al Sud) e di indirizzare i fondi della programmazione europea e di Next Generation EU evitando le sovrapposizioni e privilegiando pochi progetti ad alto impatto, lungo almeno tre direttrici:

1. La rimozione dei fattori che rallentano lo sviluppo economico (bassa produttività del lavoro, mancanza di competenze e debolezza del sistema accademico, incuria ambientale, ecc.), iniettando investimenti pubblici in tre aree che minano la coesione territoriale: perequazione infrastrutturale; scuola; welfare.

2. Il supporto alla crescita di settori strategici ad alto contenuto tecnologico e di sostenibilità che possono favorire sviluppo economico, ricerca scientifica e occupazione qualificata.

3. La definizione di nuovi processi di governance, più efficaci rispetto ai modelli del passato. In questa logica, un grande progetto di rigenerazione della P.A. (e dunque un nuovo ruolo dello Stato nel Mezzogiorno) non andrebbe visto con sfavore. Se è vero che le strategie di contrasto a questa e a crisi passate vengono definite a livello nazionale e sovranazionale, non possiamo infatti dimenticare che le amministrazioni delle Regioni e dei singoli Comuni sono in prima linea nell’attuazione delle linee guida previste, grazie alla loro conoscenza specifica delle dinamiche locali e alla capacità di intervenire con precisione, assicurando un utilizzo efficace delle risorse a disposizione e una gestione più tempestiva di situazioni di emergenza. La Legge di Bilancio prevede la possibilità di assumere 2.800 giovani entro il 2023 con profili professionali oggi mancanti, che dovranno essere in grado di assicurare un impatto reale e tangibile per cittadini e le imprese, anche attraverso la collaborazione con tutti gli altri attori sociali. Sarà la volta buona?

Dato che il Mezzogiorno si trova a vivere le difficoltà del Paese, amplificate, gli effetti di un’azione di rinnovamento lungo le direttrici individuate sopra, potrebbe avere effetti altrettanto amplificati per tutto il Paese. Non si tratta di essere meridionalisti o nordisti, ma di dar senso compiuto al concetto di politiche di coesione, che riguardano l’Italia intera. Se questo accadrà, la fiducia che ne deriverà – a tutti i livelli – costituirà un potente moltiplicatore di energia e di risultati.